E se “quello che succede a Glasgow rimane a Glasgow”?

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Con la COP26 quasi ormai giunta a conclusione, la sensazione che ci rimane è abbastanza eterogenea. Molti progressi in molti ambiti, in particolare per quanto riguarda la deforestazione, le emissioni di metano e il coinvolgimento del settore finanziario. Sia il settore pubblico che quello privato hanno formalizzato nuovi impegni, con iniziative private che hanno mostrato dinamismo e creatività.

Mentre il 90% dell’economia globale si è adesso formalmente impegnata a raggiungere l’obiettivo net zero entro i prossimi 30-50 anni, le ambizioni rimangono ancora molto al di sotto degli obiettivi fissati a Parigi. Secondo le stime dell’Agenazia Internazionale dell’Energia, gli impegni aggiornati dei governi porterebbero il mondo su una traiettoria di riscaldamento post-industriale di 1,8°C, rispetto ai 2,1°C che erano pronosticati prima della COP26, ma pur sempre ancora al di sopra della soglia importante di 1,5° C. Inoltre, la mancanza di dettagli alla base degli impegni stessi lascia intendere ci sia il rischio che la COP26 sia stata un esercizio di diplomazia del cambiamento climatico, mascherando nei fatti un deficit di capitale politico, percezione questa che è stata rafforzata dall’assenza del presidente cinese Xi. Inoltre, il divario tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo non è stato affrontato, implicando di fatto un onere ingiusto per i Paesi in via di sviluppo.

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Un esempio illuminato è stato quello del settore della gestione degli investimenti, che ha intensificato i propri sforzi nella lotta al cambiamento climatico, destiando una cifra di 130 miliardi di dollari di capitale per raggiungere l’obiettivo di zero-net economy entro il 2050, sotto l’ombrello della Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ). La cifra, che probabilmente sopravvaluta i progressi, si è presa I riflettori mettendo in secondo piano lo stato di avanzamento delle discussioni su aspetti cruciali come la necessità di standard ESG armonizzati e il ruolo delle Banche centrali e dei regolatori. A questo proposito, la Fondazione IFRS ha annunciato l’istituzione di un apposito International Sustainability Standards Board (ISSB), mentre il Network for Greening the Financial System (NGFS) si è impegnato ad esplorare nuovi e migliori modi per integrare le considerazioni sul cambiamento climatico (e la biodiversità) nell’ambito della politica monetaria.

In fin dei conti la speranza è che quello che è successo a Glasgow non rimanga a Glasgow. Il dialogo deve andare avanti, ampliarsi e, aspetto fondamentale, portare ad interventi concreti. Gli sviluppi fuori e oltre la COP26 sono il vero nocciolo della questione. In futuro, abbiamo bisogno di più ambizione, sostenuta da un’implementazione robusta e tempestiva – compresi piani dettagliati e concreti che possano essere rigorosamente monitorati rispetto ad obiettivi intermedi misurabili. Inoltre, a livello macro, abbiamo bisogno di un nuovo quadro per valutare le prestazioni economiche che vada oltre il PIL e integri gli standard ambientali e sociali. Questo cambio di mentalità è una precondizione per assicurare una transizione di successo verso un mondo sostenibile, lungo le linee di un processo equo e inclusivo.

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