Here Comes the Rain Again

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L’inverno si avvicina e le prospettive per l’economia globale appaiono sempre meno rosee. Alcuni fattori negativi sono emersi da poco, mentre altri hanno acquisito rilevanza nel corso dei mesi. Un esempio su tutti: da inizio 2022 abbiamo più volte ribadito che le autorità economiche sottovalutavano il vigore e la persistenza dell’inflazione. Di conseguenza, la recente svolta restrittiva delle banche centrali non giunge a sorpresa.

Ma quali sono le ragioni alla base dei recenti sviluppi? Negli USA, i consistenti stimoli erogati nel corso della pandemia sommati alla variazione dei comportamenti innescata dal Covid, hanno creato delle prevedibili distorsioni sul fronte economico.

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Basti pensare che negli Stati Uniti l’inflazione si è impennata anche per effetto dei costi delle abitazioni che costituiscono il 40% del paniere di spesa core del Paese. Dopo due anni e acquisti non necessari di MBS per $1.300 miliardi da parte della Federal Reserve, negli USA i prezzi medi delle abitazioni sono aumentati di ben il 39%. Al momento le conseguenze degli errori negli investimenti rappresentano uno dei driver principali dell’inflazione negli Stati Uniti, e le autorità hanno difficoltà a risolvere il problema.

Contemporaneamente, i timori di una recessione negli USA nella prima metà del 2022 si sono rivelati del tutto esagerati. La contrazione dell’attività economica è oggettiva, ma si deve alle scorte (che sono volatili e tendono a tornare alla media) e agli scambi con l’estero (che non sono indicativi dei trend sul mercato interno). Negli Stati Uniti la spesa al consumo – che rappresenta circa il 70% del PIL – è cresciuta per tutto il primo semestre per via della grande solidità del mercato del lavoro e di risparmi extra delle famiglie per circa $3.000 miliardi pronti per essere impiegati. (Cfr. grafico della settimana.) Oggi, malgrado la decelerazione dell’economia USA, tali fattori positivi non sono venuti meno.

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La situazione in Europa è più complessa. Il conflitto tra Russia e Ucraina, dalle conseguenze devastanti, è una fonte di incertezza e non si escludono ulteriori escalation in ambito politico, economico e militare. Il nostro pensiero va alle vittime di questa tragedia.

Nel Regno Unito il piano fiscale del nuovo governo, più espansivo del previsto, ha fatto nascere forti interrogativi circa le prospettive di inflazione nel Paese, l’eventualità di maxi rialzi dei tassi da parte della Bank of England e il valore di scambio della sterlina. In tale contesto, la recente vittoria elettorale della destra in Italia è quasi passata in secondo piano.

La settimana prossima

La prossima settimana a catalizzare l’attenzione sarà senza dubbio il rapporto sull’occupazione negli USA, attesa venerdì. Le stime di consensus suggeriscono un rallentamento della creazione di posti di lavoro da 315.000 in agosto a 250.000 in settembre. Ma una volta che i dati saranno pubblicati, occorrerà tenere a mente che il margine di errore standard per la creazione di posti di lavoro è di 55.000 unità; significa che solitamente i trend sottostanti sono più difficili da decifrare rispetto alle reazioni impulsive del mercato. Da altre stime emerge che negli USA la disoccupazione si attesta al 3,7% in presenza di un’accelerazione dell’inflazione salariale dal 5,2% al 5,3%.

Gli osservatori europei attenderanno con impazienza il PMI (indice dei responsabili degli acquisti) manifatturiero della Germania (lunedì) che dovrebbe evidenziare una contrazione, seppur modesta, in settembre. Degni di nota anche i dati sull’inflazione dei prezzi alla produzione (martedì) e le vendite al dettaglio (giovedì) nell’Eurozona.

Quanto all’Asia l’evento principale sarà la pubblicazione del PMI dei servizi in Cina (venerdì). È probabile una decelerazione ascrivibile ai lockdown anti Covid e ai problemi sul mercato immobiliare. Altri dati di cui tener conto saranno l’inflazione di Tokyo (lunedì), il PMI dei servizi in Giappone (martedì) e la spesa reale delle famiglie nipponiche (giovedì).

Il quadro tecnico

La sottovalutazione della volatilità del mercato e gli effetti stagionali sfavorevoli hanno pesato sul contesto tecnico. Tuttavia, dopo le recenti perdite, dovremmo essere prossimi a una situazione di ipervenduto di breve. Le allocazioni azionarie hanno evidenziato una profonda flessione, la liquidità è aumentata, le valutazioni prospettiche delle azioni appaiono più convenienti e il pessimismo sulle borse è ai livelli più alti dal 2009 secondo la American Association of Individual Investors.

Se da un lato è tuttora necessario monitorare i principali fattori negativi, dall’altro gli attuali trend tecnici potrebbero porre le basi per una ripresa degli asset rischiosi in presenza di effetti stagionali più favorevoli da qui a fine anno. Quanto ai rischi di ribasso, continuiamo a ricercare segnali di “disorderly trading” o “capitolazione” che però sinora non si sono manifestati.