Tesoro e derivati: per la Corte dei Conti è danno erariale
La procura regionale per il Lazio contesta un danno di 4,1 miliardi nell’ambito dell’indagine su chiusura e ristrutturazione dei contratti tra Morgan Stanley e ministero dell’Economia
Per la procura regionale per il Lazio della Corte dei Conti si tratta di danno erariale, e non da poco.
Nell’ambito dell’indagine sulla chiusura e ristrutturazione dei derivati tra Morgan Stanley e ministero dell’Economia, la Corte ha infatti quantificato in 4,1 miliardi di euro il danno erariale causato dai contratti in titoli derivati stipulati dal Tesoro e che portarono, tra fine 2011 e inizio 2012, al versamento alla banca americana di circa 3 miliardi di euro in conseguenza di una clausola di “Additional termination event” presente in alcuni di questi contratti.
“Il danno complessivamente contestato è di 4,11 miliardi”, ha detto il procuratore Donata Cabras intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017.
Il magistrato non chiarisce chi debba rimborsare le somme ma, secondo quanto riferito a settembre da una fonte giudiziaria, nel mirino sono finiti non solo Morgan Stanley ma anche l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli.
Sempre secondo la procura, alcuni dei contratti contestati “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico – l’unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati – non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi”.
La banca d’affari americana Morgan Stanley ha tratto beneficio dal doppio ruolo di controparte nei contratti e di “Specialist” del debito e, nel complesso, ha svolto un ruolo “dominante e predominante” a fronte della tendenza del Tesoro a “subire talune scelte”, sostiene il magistrato.
E non è tutto. Ancora secondo la Corte dei Conti, “la particolare posizione rivestita dalla banca nella vicenda ha finito per caratterizzare i rapporti con il ministero attraverso un sostanziale affidamento, che configura una ipotesi di inserimento organizzativo e funzionale dell’istituto di credito nella gestione del debito pubblico”.
I 4,1 miliardi tengono conto di oltre 3 miliardi versati a Morgan Stanley e di 700 milioni come costo del finanziamento sostenuto per far fronte al fabbisogno generato dalla chiusura dei contratti, riferisce la Reuters.
Infine, altri 270 milioni sono i “flussi finanziari relativi esclusivamente alle swaption vendute, che sono da ritenere non stipulabili in assoluto dallo Stato, a causa della loro natura intrinsecamente negativa”, ha dichiarato il procuratore Donata Cabras.
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