Bond: anni modesti in vista per gli investitori?

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Il recente rally dei prezzi dei titoli obbligazionari è un segno che il calo sostenuto dell’inflazione e l’imminente riduzione dei tassi di interesse sono già stati messi in conto. È pressoché unanime la convinzione che i tassi di interesse di riferimento scenderanno significativamente quest’anno. Il margine di sicurezza in caso di dati deludenti sull’inflazione si è ridotto, il che significa che la strada da percorrere è più lunga. Anche se le aspettative di inflazione più basse si concretizzassero, il potenziale per un ulteriore calo dei rendimenti sarebbe limitato. Infatti, il rendimento dei Bund tedeschi a 10 anni, che all’inizio dell’anno si aggirava intorno al 2%, difficilmente sarà sufficiente per ottenere un ragionevole rendimento reale (al netto dell’inflazione) nei prossimi 10 anni. In altre parole, esiste un rapporto sfavorevole tra rendimento e rischio. Anche gli altri titoli di Stato in euro a lungo termine non offrono più grandi rendimenti. Solo i titoli di Stato italiani decennali offrono un rendimento significativamente superiore alle aspettative di inflazione, pari a quasi il 4%. Tuttavia, dato l’elevato livello del debito pubblico italiano, questi rendimenti comportano anche un rischio maggiore.

I covered bond e le obbligazioni societarie in euro con un buon rating, con il 3% fruttano poco più di quanto verrebbe assorbito dall’inflazione se le banche centrali raggiungessero stabilmente la soglia del 2%. Tuttavia, sarebbe insufficiente per un nuovo mercato toro e un’età dell’oro per gli investitori obbligazionari, di cui si è spesso discusso negli ultimi tempi.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

Le obbligazioni indicizzate all’inflazione sarebbero una scelta migliore in caso di inflazione persistentemente elevata, ma anche queste hanno dei limiti. Dopo tutto, i titoli italiani offrono un rendimento reale del 2%, mentre i Bund tedeschi legati all’inflazione offrono poco più dello 0%. È interessante notare che il Ministero federale delle Finanze tedesco ha deciso di non emettere più obbligazioni indicizzate all’inflazione in futuro, perché sarebbe troppo costoso per lo Stato in caso di tassi di inflazione elevati.

I rendimenti sono ben più elevati nell’area del dollaro USA, al 4% per i titoli di Stato a lungo termine e a poco più del 5% per le obbligazioni societarie con un buon rating. I titoli di Stato inflation linked offrono un tasso d’interesse reale di poco inferiore al 2%.

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Il livello più elevato dei rendimenti negli Stati Uniti è dovuto in gran parte alla prevista abbondanza di offerta di titoli di Stato. Da un lato, la Fed sta riducendo il suo portafoglio di Treasury statunitensi, il cui valore ammonta a quasi 5.000 miliardi di dollari, con riduzioni fino a 60 miliardi di dollari al mese e, dall’altro, il deficit del governo statunitense, pari a oltre 1.000 miliardi di dollari, deve essere finanziato con l’emissione di nuove obbligazioni. In totale, si tratta di circa 2.000 miliardi di dollari in cerca di acquirenti. L’appetito dei due maggiori investitori stranieri, Giappone e Cina, sarà probabilmente limitato. Gli investitori giapponesi possiedono già titoli di Stato per un valore di 1.100 miliardi di dollari e la Cina ha già ridotto le sue partecipazioni di 100 miliardi di dollari, portandole a 770 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi. Se da un lato è probabile che le vendite cinesi siano in parte motivate da ragioni politiche, dall’altro gli investitori giapponesi possono contare su elevati guadagni valutari, che potrebbero realizzare vendendo obbligazioni statunitensi e investendo in titoli denominati in yen.

Inoltre, cresce l’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali statunitensi e sulle sue conseguenze per il deficit di bilancio e il debito pubblico degli Stati Uniti. Ciò limita il potenziale di calo dei rendimenti e i corrispondenti guadagni di prezzo anche per le obbligazioni statunitensi. Tuttavia, i livelli di rendimento statunitensi offrono un reddito corrente più elevato, anche se solo con il rischio valutario del dollaro USA.

Invece di un’età dell’oro, gli investitori obbligazionari dovranno probabilmente affrontare anni modesti. Con una strategia tradizionale di buy-and-hold, gli investitori privati in euro non possono aspettarsi più del 3% nel lungo termine. Ciò che rimane, al netto dell’inflazione, sarà evidente solo alla scadenza (a eccezione delle obbligazioni indicizzate all’inflazione).

Tuttavia, l’aumento significativo delle fluttuazioni dei rendimenti e dei prezzi delle obbligazioni offre sempre delle opportunità, sia in termini di ingresso sia di prese di profitto. È probabile che ciò si verifichi anche nel 2024, quando le banche centrali dovrebbero giungere alla fase finale della guerra all’inflazione e gli investitori si troveranno in balia degli alti e bassi legati a speranze e delusioni.

Impatto sui portafogli obbligazionari

Oltre a trarre vantaggio dalle forti fluttuazioni dei rendimenti e dei prezzi, un portafoglio obbligazionario gestito attivamente può anche beneficiare di rendimenti più elevati in segmenti di mercato specifici (ad esempio, le obbligazioni ibride di emittenti solidi offrono ancora un rendimento pari a circa il 6%). In ultima analisi, tuttavia, occorre valutare attentamente il rapporto rischio/rendimento di ogni singola obbligazione. Le opportunità derivano dal reddito da interessi e dal potenziale di prezzo di un’obbligazione. Sulla base del rating creditizio e della scadenza, questo è compensato dal rischio di possibili perdite di prezzo e dalla perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

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