Finanza etica: di cosa parliamo
Al di là delle etichette e delle sigle, si tratta di un approccio agli investimenti che mette in primo piano valori quali il rispetto delle persone, della società, dell’ambiente e delle regole. Cercando di farli marciare insieme alla redditività
Chissà se il teologo Hans Kung, con il suo recentissimo Onestà – Perché l’economia ha bisogno di un’etica, farà tornare di moda il termine “etica”, anche abbinato alla finanza. A noi “etica” sembra un aggettivo bellissimo, anche se forse un po’ spiazzante quando si parla di borsa, di fondi di investimento, di banche…
E a costo di essere un po’ fuori moda rispetto alle definizioni oggi più utilizzate, vogliamo usare proprio questa: finanza etica.
In Italia il primo fondo d’investimento etico, Sanpaolo azionario internazionale, è comparso nel 1997. Con decenni di ritardo rispetto al mondo anglosassone, e in particolare agli Stati uniti dove la finanza etica fece i primi passi durante la guerra del Vietnam, quando alcune associazioni pacifiste, soprattutto religiose, iniziarono a pretendere che, nella selezione degli investimenti per i loro patrimoni, fossero escluse le azioni di società in qualsiasi modo coinvolte con il conflitto.
Oggi si parla di “Sri – socially responsible investment”: investimento socialmente responsabile; di “Csr – corporate social responsibility”: responsabilità societaria e sociale; di “Esg – environment, social and governance”: ambiente, società e governance d’impresa. E certo non mancano le sfumature tra le diverse etichette. Ma crediamo che alcuni punti fermi siano comuni a tutte e ad essi intendiamo riferirci.
Un fondo di investimento o un fondo pensione, una gestione patrimoniale o qualsiasi altro strumento o prodotto finanziario può essere definito etico quando seleziona i titoli (azioni e obbligazioni) in base al comportamento delle imprese, e degli Stati, che li hanno emessi. E investe soltanto in quelli che rispondono a precisi standard di responsabilità: sociale, ambientale, societaria.
Si parla in genere di due tipi di approccio: uno “negativo”, basato su criteri di esclusione, l’altro “positivo”, che parte da principi di inclusione. Il primo dice dunque no ai titoli di società che fabbricano armi, alcolici o tabacco, che non rispettano le regole fondamentali nei rapporti con i dipendenti (per esempio perché non riconoscono i diritti sindacali o impiegano il lavoro di bambini) o con gli azionisti, che non rispettano l’ambiente o che sostengono, più o meno apertamente, regimi politici non democratici. E no, ovviamente, ai titoli di Stato di Paesi che non rispettano i diritti umani o sono vere e proprie dittature.
L’approccio “positivo” privilegia invece società, e in genere “emittenti”, che hanno un’attività particolarmente attenta all’impatto sociale e ambientale. E ha quindi un’attenzione particolare per esempio per le imprese che operano nelle energie rinnovabili, e più in generale nella “green economy”.
La selezione dei titoli è fatta sulla base di studi e analisi realizzati da agenzie specializzate, che danno ad azioni e obbligazioni un vero e proprio rating etico.
L’eticità di un investimento può poi essere declinata secondo principi diversi: per esempio un fondo etico può essere particolarmente attento alle tematiche ambientali, o a motivazioni religiose (alcuni escludono i titoli di società farmaceutiche in quanto produttori di anticoncezionali), o pacifiste, e così via.
Nella categoria della finanza etica non vanno invece, a nostro avviso, rubricati i prodotti che si limitano a devolvere una parte delle spese o dei proventi ad associazioni o iniziative benefiche. Iniziative lodevoli, ma che hanno poco a che vedere con un modo di investire decisamente più complesso.
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