Profitti a rischio per l’industria del cemento

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Secondo un report di Cdp le imprese del settore devono rivedere urgentemente le loro strategie di riduzione delle emissioni

Forum Retail 2026, Milano, SuperStudio Piu, 11-12 novembre 2026

Il settore del cemento, da solo, produce più emissioni di paesi come il Giappone e il Canada: il 5% delle emissioni globali. E dopo gli accordi presi alla Cop21 di Parigi, che fissano un obiettivo di “emissioni zero” per il 2020, sono uno dei settori che rischiano di più di vedere diminuire i loro profitti.

A dirlo è un report pubblicato da Cdp sull’industria cementifera mondiale, secondo il quale le due big italiane del settore, Cementir e Italcementi, sono tra quelle che, finora, hanno avuto i risultati meno soddisfacenti. Nella classifica delle 12 maggiori imprese mondiali, occupano rispettivamente l’11° e il 12° posto, e non molto meglio si piazza Buzzi Unicem, l’altra azienda italiana, al nono posto.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

Se fosse adottato un “carbon pricing” (ovvero una tassazione delle emissioni di Co2) a 8,7 euro, afferma il report, le 12 principali imprese cementifere, potrebbero vedere i loro profitti ridursi fino a 4,5 miliardi di euro, e le imprese meno performanti sarebbero esposte fino al 114% dell’Ebit.

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L’industria del cemento deve rivedere urgentemente le proprie strategie in materia di riduzione delle emissioni, con innovazioni nei prodotti, nei processi, nelle tecnologie e nello stesso business model se vuole raggiungere gli obiettivi di Parigi.

“Poiché le misure che regolano la Co2 si irrigidiscono e il prezzo del carbone resta fluttuante, gli investitori si aspettano di vedere cambiamenti rapidi e strategici da parte delle industrie, fra cui un miglior utilizzo delle risorse disponibili e investimenti di lungo periodo”, commenta Tarek Soliman, senior analyst di Cdp.

Incrementare l’utilizzo di fonti energetiche alternative, attuare misure per migliorare l’efficienza energetica e utilizzare materiali sostitutivi, a basso consumo di Co2, su più larga scala sono alcune delle raccomandazioni del rapporto alle industrie del settore.

Che, aggiunge Cdp, sono anche fortemente esposte al rischio idrico: più del 50% degli stabilimenti è attualmente collocato in aree a rischio idrico, e la scarsità di acqua è un potenziale allarme da tenere sotto controllo.

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