La radiografia del sistema previdenziale nel Rapporto annuale dell’Inps

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Nel 2023 il numero di pensionati è rimasto sostanzialmente stabile, intorno ai 16 milioni, con una spesa di poco meno di 347 miliardi di euro.

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Lo sottolinea l’Inps nel suo recente Rapporto annuale in cui evidenzia come lo scenario demografico attuale, caratterizzato dall’aumento dell’età media della popolazione, dal calo della fecondità e dalla riduzione della popolazione in età lavorativa, non compensati dall’immigrazione, sta determinando un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti.

Questo processo di invecchiamento, comune agli altri Stati membri dell’Unione europea, influenza negativamente la sostenibilità economica di quasi tutti i sistemi previdenziali, soprattutto laddove l’incidenza della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo (PIL) è elevata.

Spostandoci in un contesto di confronto rispetto all’Unione europea, nel 2021, ultimo anno per cui sono disponibili dati comparabili, la spesa previdenziale italiana ha raggiunto il 16,3% del PIL, un livello superato solo dalla Grecia e nettamente superiore alla media europea del 12,9%.

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Questo dato dipende da due fattori principali. Innanzitutto, l’età effettiva di accesso alla pensione di vecchiaia in Italia rimane relativamente bassa, nonostante l’età legale sia fissata a 67 anni, a causa dell’esistenza di numerosi canali di uscita anticipata dal mercato del lavoro, quali Opzione donna e le Quote.

Inoltre, le pensioni italiane sono mediamente generose, con un tasso di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione percepita prima del pensionamento che è tra i più alti nell’UE, superando la media europea di quasi 15 punti percentuali. In un sistema finanziario di gestione a ripartizione pura, la garanzia della sostenibilità del sistema pensionistico va ricercata nell’allargamento della base contributiva, dovuto all’incremento del numero dei contribuenti e dell’importo medio della loro retribuzione.

Sembra, questa, una delle possibili soluzioni sottolinea l’Inps, considerato che i requisiti di accesso alla pensione non sono ulteriormente incrementabili (in quanto, tra l’altro, già ancorati ad un meccanismo di adeguamento automatico alla variazione della speranza di vita ogni due anni) e che il sistema di calcolo contributivo sta progressivamente entrando a regime con pensioni caratterizzate da una quota contributiva sempre più elevata.

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Per comprendere l’importanza della spesa pensionistica nel più ampio discorso della sostenibilità delle finanze pubbliche occorre ricordare come la fiscalità generale intervenga ogni anno a sostegno del sistema previdenziale con un contributo di quasi 164 miliardi di euro di trasferimenti dalla fiscalità generale (in crescita del 3,3% rispetto all’anno 2022).

Rispetto al 2022, l’importo lordo mensile medio delle pensioni è aumentato del 7,1%, in parte a causa della perequazione. Gli importi medi più elevati si registrano al Nord e nel Lazio, mentre i più bassi in Calabria e nel resto del Mezzogiorno. Il 96% dei pensionati italiani riceve almeno una prestazione dall’INPS, con oltre la metà della spesa destinata a pensioni di anzianità o anticipate.

Le prestazioni assistenziali rappresentano l’8% del totale. Nel 2023, le nuove prestazioni previdenziali sono diminuite del 4,7%, principalmente a causa della riduzione delle pensioni anticipate (-15,5%) legata all’inasprimento dei requisiti di Quota 100.

Al contrario, le prestazioni assistenziali sono aumentate del 5,7%. Le regioni del Nord (esclusa la Liguria) e la Toscana hanno beneficiato della maggior parte delle nuove pensioni previdenziali. Le prestazioni assistenziali, come le invalidità civili, sono predominanti in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Per quanto riguarda il genere, gli uomini ricevono più prestazioni previdenziali rispetto alle donne, che beneficiano maggiormente di pensioni e assegni sociali e trattamenti di invalidità civile. I divari negli importi medi delle pensioni sono più pronunciati nelle regioni con importi medi più elevati, come Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, dove le donne percepiscono il 30% in meno rispetto agli uomini. I divari più contenuti si riscontrano invece in Calabria, Sardegna e Campania.

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