Cartoline da Davos: focus su Stati Uniti ed Europa

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Anche se si è rivolto ai delegati solo in video-conferenza, Donald Trump ha dominato la settimana di Davos. Il suo messaggio al mondo è stato chiarissimo: intende creare un’economia statunitense di straordinaria attrattiva, grazie alla deregolamentazione, ai bassi prezzi dell’energia (fossile, beninteso) e alle tasse ridotte; coloro che invece decideranno di non produrre sul territorio degli Stati Uniti, ma che vorranno comunque servire la domanda statunitense, dovranno affrontare pesanti dazi. Forse abbiamo appena assistito al “picco del trumpismo” – prima cioè che le contraddizioni interne del suo programma economico inizino a concretizzarsi – ma per il momento il dominio della scena da parte degli Stati Uniti è davvero notevole.

Il discorso di Ursula Van der Leyen a Davos è stato recepito come la risposta dell’Ue all’assertività degli Stati Uniti. Il suo messaggio era ben bilanciato, tra l’affermazione dei valori europei – segnatamente a favore di un approccio multilaterale agli affari mondiali – e il riconoscimento della necessità di cambiare il modo in cui le politiche europee vengono concepite e realizzate a livello istituzionale. Riteniamo interessante la sua triplice idea – completare l’unione del mercato dei capitali, semplificare il quadro normativo, lanciare una nuova strategia energetica – ma i dettagli delle politiche saranno resi noti solo nelle prossime settimane. Inoltre, non abbiamo potuto fare a meno di notare che il vincolo fiscale, ovvero la difficoltà interiorizzata di realizzare una nuova serie di programmi finanziati congiuntamente, gioca un ruolo di primo piano nella classifica delle priorità dell’Ue (la Capital Markets Union e la semplificazione non costano nulla alle casse pubbliche). Continuiamo a sostenere che ci sia spazio per un’azione congiunta ambiziosa, ad esempio nel campo dell’energia e in quello della difesa. Certo, il debito pubblico è elevato nell’Unione, ma è comunque inferiore a quello degli Stati Uniti, e ci sono evidenti guadagni economici dall’elettrificazione e dalla difesa.

È però verosimile che, mentre le istituzioni europee sono ben consapevoli della necessità di un’azione urgente, la difficoltà riguardo i governi nazionali. Resta da vedere se l’accordo di coalizione che farà seguito alle elezioni tedesche riuscirà a dare la scossa necessaria, mentre in Francia il raggiungimento di una sintesi politica rimane tuttora sfuggente. Nel frattempo, spetterà alla Bce fornire il “ponte” necessario. Anche se è una questione immediata – per ora, il taglio di 25 punti base per riunione, come questa settimana, rimarrà probabilmente la linea di base della Banca Centrale Europea – il riconoscimento da parte di Christine Lagarde del fatto che l’Europa stia affrontando una “crisi esistenziale” dovrebbe essere un buon motivo per la Banca Centrale affinché si concentri sui rischi al ribasso per la crescita e, in ultima analisi, vada oltre il “neutrale” e porti il suo tasso di policy in territorio accomodante.

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