Il calo di Netflix è uno spoiler sulle aspettative di crescita?

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La scorsa settimana i rendimenti globali hanno registrato nuovi massimi, con le Banche Centrali che continuano a fare commenti da falco rispetto alla traiettoria della politica monetaria. Con il sentiment del rischio che regge relativamente bene, i policymaker hanno continuato ad alzare la posta in gioco in assenza di una stretta drammatica delle condizioni finanziarie. Sempre la scorsa settimana, James Bullard, Presidente e CEO della Federal Reserve Bank di St. Louis, ha ventilato l’idea di un rialzo di 75 punti base della Fed, con Jerome Powell che, in seguito, ha dato credito all’idea che due o più rialzi di 50 punti base siano sul tavolo, in quello che sembra essere un ciclo di rafforzamento anticipato.

Nel frattempo, in Europa, il Presidente della Banca Centrale della Lettonia e membro del Consiglio direttivo della BCE, Martins Kazaks, e il Vicepresidente della Banca Centrale Europea, Luis de Guindos, sono stati tra i primi a segnalare un aumento dei tassi come probabile già nella riunione dell’Eurotower di luglio, mentre Christine Lagarde sembra essere d’accordo con il sentiment diffuso negli Stati Uniti che la domanda di lavoro sia attualmente troppo forte.

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Tuttavia, con i redditi reali che vengono schiacciati con l’aumento dei prezzi, è interessante tenere d’occhio i dati economici che possono suggerire che l’economia stia iniziando a subirne l’impatto.

Da questo punto di vista, la perdita di 200mila abbonati a Netflix nell’ultimo trimestre può essere letta nel contesto dei consumatori che riducono la spesa discrezionale, con le bollette che aumentano in altri ambiti. Detto questo, probabilmente non sorprende troppo che i consumatori vogliano spendere meno per i contenuti quando la pandemia finisce e la vita si normalizza. È anche vero che Netflix sta subendo la crescente concorrenza di altre piattaforme di streaming.

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Sarà interessante osservare se l’effetto Netflix si manifesterà in altre aree di consumo. Alla luce di ciò, i tassi ipotecari al 5,25% potrebbero anche iniziare a pesare in modo più evidente sul mercato immobiliare e, anche se potrebbe risultare prematuro invocare una recessione nel 2023, sembra opportuno continuare a declassare le aspettative di crescita per il prossimo anno.

Allo stato attuale, attribuiamo una probabilità di recessione intorno al 30%. Ci colpisce il fatto che il manifestarsi di una contrazione dipenda principalmente dal percorso dell’inflazione nei prossimi mesi. Un continuo superamento dei prezzi rende più probabile un tale risultato, con le Banche Centrali che dovranno alzare i tassi in modo più aggressivo. Tuttavia, se il delta sui numeri dell’inflazione mensile diventa negativo con la normalizzazione delle pressioni sui prezzi, allora è possibile che le Banche Centrali possano ammorbidire il loro messaggio e mitigare la portata della stretta nel corso dell’anno.

Guardando all’inflazione, la riapertura dell’economia dovrebbe portare gli effetti di base positivi, che hanno causato un aumento dei prezzi, a discostarsi dai dati annuali. I vincoli dell’offerta si sono attenuati rispetto all’anno scorso e anche se i lockdown in Cina possono creare continue disruption, i colli di bottiglia hanno mostrato segni di diminuzione.

D’altra parte, il mercato del lavoro rimane molto rigido e non mostra segni di raffreddamento. I salari possono salire a spirale mentre le aspettative di inflazione si disancorano, ciò potrebbe creare potenti effetti secondari sull’inflazione, che i policymaker non potranno ignorare.

Nel frattempo, gli eventi in Ucraina sosterranno probabilmente la pressione al rialzo sui prezzi delle materie prime, con l’inflazione nel settore alimentare che si aggiunge ai recenti movimenti visti nell’energia.

A questo punto, sembra che i rischi siano abbastanza equilibrati e lo scenario si stia evolvendo rapidamente, il che crea un’incertezza significativa nel valutare il panorama degli investimenti in una prospettiva di medio termine.

Per ora, continuiamo a preferire un approccio a basso rischio nella costruzione del portafoglio, in attesa di una maggiore chiarezza nel discernere la direzione del mercato o nel cercare opportunità se la volatilità a breve termine dovesse creare opportunità di prezzo.

Su una base di valore relativo, continuiamo a favorire i tassi euro rispetto al Regno Unito, ritenendo che Londra subirà un superamento dell’inflazione molto maggiore rispetto all’Eurozona in aprile, anche se l’economia britannica è più esposta a uno shock di crescita negativo a causa della compressione dei redditi reali. Alla luce di ciò, manteniamo una visione negativa sia sui Gilt sia sulla sterlina.

I sondaggi sembrano suggerire che è molto improbabile che Le Pen ottenga una vittoria a sorpresa contro Macron nelle elezioni francesi di domenica. Chiaramente, se Le Pen dovesse vincere, vedremmo i mercati della Zona Euro in subbuglio, anche se con questo rischio ampiamente scontato, dubitiamo che ci sarà una reazione positiva alla vittoria di Macron.

Nel frattempo, una BCE più falco continua a rappresentare un rischio per l’area periferica dell’UE. I giorni degli acquisti di asset sembrano essere contati, e anche se abbiamo visto commenti su un meccanismo di backstop per sostenere gli spread, riteniamo che siamo ancora lontani dal consenso su una tale iniziativa. La storia europea suggerisce che tali progressi politici arrivano solo sulla scia di una crisi e dubitiamo che ci sia molto incentivo a sostenere i BTP a 10 anni a meno che lo spread con i Bund sia ben al di sopra dei 200 punti base.

Le nostre prospettive macro relativamente caute ci portano a mantenere un’esposizione largamente piatta nel credito, con posizioni corte sui CDS contro esposizioni lunghe su una base di valore relativo.

Nel mercato valutario manteniamo un’inclinazione lunga sul dollaro e abbiamo aggiunto una posizione corta sul renminbi cinese. Nel frattempo, siamo diventati costruttivi sul baht tailandese con la riapertura del turismo e abbiamo aggiunto esposizione allo shekel israeliano, dati i forti fondamentali economici sottostanti.

Guardando avanti

Saranno necessari più dati per avere una presa più salda sul futuro percorso della crescita economica, dell’inflazione e della politica monetaria. Da una prospettiva macro, ci saranno spesso momenti in cui sarà possibile prevedere con un grado abbastanza alto di fiducia ciò che l’economia probabilmente farà nei prossimi 12 mesi, ma questo non è uno di quei momenti.

In effetti, sembra esserci un senso di imprevedibilità al momento – nel quale gli investitori non sono compensati dai livelli di valutazione prevalenti.

Da questo punto di vista, forse è meglio sedersi, guardare Netflix e rilassarsi. Per quanto riguarda la piattaforma di streaming, il calo del prezzo delle sue azioni potrebbe essere solo un altro esempio di ciò che accade quando una società (o un’azione) arresta la sua crescita, il cosiddetto ex-growth. Detto questo, con il prezzo delle azioni ora al 68% al di sotto dei massimi dello scorso novembre, si potrebbe dire che gli investitori si siano ritrovati a Schitt’s Creek.